Come il Fisco può utilizzare i social network per “scovare” gli evasori

L’attuale normalità comporta anche una frequentazione assidua e in molti casi quotidiana delle piattaforme social, da parte più o meno di tutti noi. Da Facebook a Twitter, da Instagram a LinkedIn, la “piazza digitale” è andata progressivamente ad affiancarsi alle comunicazioni tradizionali sia per quanto riguarda la vita privata che il lavoro.

Proprio in virtù della particolare fase storica che stiamo attraversando, e che rappresenta di fatto una vera e propria rivoluzione digitale – non stupisce scoprire che il Fisco possa utilizzare anche i social media per individuare gli evasori fiscali. La dimensione online può infatti rivelarsi una fonte preziosa di informazioni per accertare eventuali violazioni o comportamenti scorretti in termini di condotta fiscale.

Come cambiano i controlli del Fisco e della Guardia di Finanza nell’era dei social

Attualmente, il Fisco procede agli accertamenti sui contribuenti nelle più svariate modalità, incluse quelle di monitoraggio digitale. Si tratta, in questo caso, dell’accertamento sulle cosiddette “fonti aperte”, ossia sulla totalità di tutte quelle risorse online a cui è possibile accedere liberamente perché, di fatto, di pubblico dominio.

Stupirebbe scoprire quante informazioni, anche piuttosto sensibili, vengono condivise sulle piattaforme social nell’errata convinzione che non siano pubblicamente visibili. Un esempio? Palesi incongruenze tra i redditi dichiarati e lo stile di vita effettivamente condotto, magari manifestati attraverso post, video e fotografie.

In questo senso, i controlli da parte dell’Agenzia delle Entrate non sono cosa nuova, e neppure da parte della Guardia di Finanza, che già con una circolare (la n.1) emessa il 4 dicembre 2017 aggiornava “le direttive operative della GdF concernenti l’esecuzione delle verifiche, dei controlli fiscali e delle indagini di polizia economico-finanziaria finalizzate al contrasto dell’evasione, dell’elusione e delle frodi fiscali” includendo anche i social network.

Ci riferiamo in particolare al volume II che, in termini di accertamenti procedurali per la preparazione all’intervento ispettivo, parla dell’importanza di “valorizzare tutto il patrimonio informativo” includendo in esso anche l’attività di intelligence.

Tale attività di intelligence comporta, laddove necessario, anche la “eventuale ricerca di altri elementi utili non risultanti dalle banche dati, anche presso gli Uffici e gli Enti pubblici presenti sul territorio, previa adozione delle necessarie cautele per garantire l’indispensabile riservatezza dell’attività da intraprendere. In tale contesto, deve essere posta particolare attenzione alla consultazione delle c.d. “fonti aperte” (articoli stampa, siti internet, social network, ecc.) al fine di acquisire ogni utile elemento di conoscenza sul contribuente da sottoporre a controllo e sull’attività da questi esercitata.”

In termini pratici, questo significa che tutto ciò che è pubblicamente accessibile sulle piattaforme social e, più in generale, sulla rete, potrà essere oggetto di controlli fiscali sui contribuenti.

Sebbene al momento attuale tale monitoraggio sia, in Italia, mirato e destinato esclusivamente a individui già sotto la lente d’ingrandimento dell’Agenzia delle Entrate, non si esclude che in futuro esso possa trasformarsi in una procedura trasversale e automatizzata, come già avviene in altri Paesi (ad esempio la Francia).

E la privacy?

Se, da un lato, il GDPR ha generato un importante giro di vite sulla tutela dei dati sensibili online, vale comunque la pena precisare nuovamente che i controlli sui social network da parte dell’Agenzia delle Entrate si riferiscono alle cosiddette “fonti aperte”, ossia pubbliche: le informazioni reperite sono dunque pienamente rintracciabili e relative a profili e pagine pubblici e del tutto visibili da chiunque.

Inoltre, i controlli in questo senso riguardano esclusivamente contribuenti già oggetto di indagini fiscali per altre ragioni, e il monitoraggio delle attività online assume dunque il ruolo di sostegno all’investigazione con metodiche più classiche.

Questa è, quantomeno, la situazione attuale – che potrebbe certamente cambiare in considerazione dell’evoluzione rapidissima delle tecnologie digitali.