Non è tutto lavoro quello che luccica – La brutta esperienza lavorativa dei giovani italiani

Non è tutto lavoro quello che luccica

-La brutta esperienza lavorativa dei giovani italiani-

Lettera aperta di una giovane ragazza che ci racconta la sua terribile esperienza

Contratti di collaborazione (co.co.pro.), part-time, tempo determinato ed espliciti ricatti. Così il lavoro mortifica i giovani italiani. Quella che segue è la lettera di una giovane laureata di una città del Sud Italia. È una denuncia delle condizioni di lavoro di una intera generazione che non ha avuto le fortune dei propri genitori. La precarizzazione del lavoro si traduce spesso in una condizione di “sottomissione” come scrive la giovane laureata che ha inviato questa lettera. Una condizione dalla quale è difficile uscire. Il nome con il quale la lettera è firmata è di fantasia. Sono purtroppo reali, invece, le esperienze raccontate.

Sono una giovane avvocatessa cosentina, laureata con il massimo dei voti. La mia è stata un’esperienza lavorativa oserei definire tragica, dalle tinte foschi e dagli esiti ancora più indecifrabilmente cupi.

Ho lavorato per circa tre anni in un’associazione di categoria, tra le più rappresentative a livello nazionale. Un’esperienza devastante. Arruolata mediante una sorta di selezione tra neo-laureati brillanti, sono stata immediatamente inserita nella struttura come stagista, tra l’entusiasmo di vertici e colleghi. Il salario pattuito in principio ammontava a 500 euro mensili, per una prestazione part-time che dissimilava un full-time “aggravato”, vale a dire incrementato dalle ore, oltre il limite stabilito dalla legge, che per un motivo o un altro ci si ritrovava costretti a svolgere. Si sfioravano le dieci ore di lavoro quotidiane, ma non di rado si arrivava a dodici.

Quello odierno è ormai un sistema al tracollo, marcio, che sta infettando la stessa esistenza svuotandola di entusiasmo. Ai dipendenti viene abilmente instillata l’idea che la causa delle perniciose condizioni in cui versano sia un insieme di forze superiori e incontrollabili (il momento storico negativo, la cattiva gestione della cosa pubblica, i molteplici governi scellerati, ecc..) e che il lavoro, seppure quasi nero e in condizioni di sfruttamento e sottomissione, sia l’unica ancora di salvezza prima del precipizio. Il tutto condito dalla necessaria dose di servilismo, peraltro subdolamente e abilmente suggerita, da adoperare quotidianamente nello svolgimento delle mansioni, come segno di gratitudine e riconoscenza per quel contrattino part-time nel deserto di voucher delle collaborazioni occasionali.

Bisogna annuire, assecondare. Bisogna fare. Ovviamente i risultati e i successi per una sorta di ambiguo e inspiegabile rapporto di rappresentanza ricadono sul rappresentato, ovvero sul capo. Inaccettabile. Come è inaccettabile essere inquadrati a un livello decisamente inferiore rispetto alle mansioni svolte, impegnati nell’ardua impresa di tradurre pensieri disconnessi e trasformarli in dichiarazioni, discorsi, lettere di senso compiuto, di gente che forse per “investitura divina” occupa una posizione per la quale è totalmente incapace, sia professionalmente sia – e ciò e è ancor più grave – umanamente.

Si sopravvive in un ambiente di lavoro sterile: mancano i rapporti, le relazioni. Il seme della discordia viene gettato tra i dipendenti per la paura che le coalizioni risveglino pretese sopite e l’unione possa depredare i capi della forza che anima la loro tirannia.

La mia esperienza, purtroppo, non ha avuto un lieto fine. Dopo un anno di co.co.pro., un anno di contratto a tempo determinato e sei mesi di collaborazioni occasionali (sempre full-time), mi sono stati proposti ulteriori compromessi: non un contratto calibrato sulle effettive ore di lavoro, né un’assunzione che mi offrisse garanzie per il futuro. La giustificazione sempre la stessa: risparmiare. Per il bene dell’azienda, per il bene di tutti. Peccato, però, che i lavoratori non si risparmino mai.

Sono andata via. A modo mio ho cercato di sovvertire le regole. O almeno ci ho provato. Ma dietro l’angolo c’è già un’altra vittima pronta al sacrificio. L’obiettivo di “rovesciarli”, per quanto unico strumento a disposizione, è prerogativa di pochi. E quei pochi vengono visti come errori del sistema, intoppi dell’ingranaggio dai loro stessi colleghi che sguazzano in una felicità tanto effimera quanto apparente.

Adesso sopporto le conseguenze della mia scelta, senza un lavoro e nella difficoltà di ricominciare tutto da capo. Ma da dove? Non ci sono strade da percorrere. Quelle poche rimaste sono davvero troppo battute.

A volte, alla sera, complice il silenzio di una città calma e assonnata, si fa largo la paura che questo non sia un Paese per chi vuole reagire, non sia un posto dove alla fine possa trionfare il giusto e dove il merito riesca a trovare un’equa ricompensa. Temo che ai nostri giorni “passione” non faccia più rima con occasione, occupazione, retribuzione, ma abbia piuttosto assunto il retrogusto amaro e un po’ crudele di una cocente e quanto mai impietosa “illusione”.

Mi sforzo di non arrendermi a tutto ciò e combattere contro il sistema, facendomi accompagnare da quella stessa voglia di riuscire e coraggiosa passione degli anni del liceo, dell’università, delle prime udienze in Tribunale, dei primi mesi da stagista.

Forse, mi ripeto, non averci per nulla provato, sarebbe stato ancor più misero e poco dignitoso.

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